Il turismo è cresciuto enormemente dopo il COVID — ma non sempre nel modo giusto. L’overtourism è un fenomeno complesso, e ho cercato di guardarlo da vicino: i problemi che crea, ma anche le opportunità che nasconde.

In Kenia
A settembre del 2024 sono stato per la prima volta in Kenya e ho vissuto un’esperienza che non dimenticherò: il safari. È stata una cosa formidabile — nuove persone, natura vera, silenzi che in città non esistono. Ho avuto anche la fortuna di vedere da vicino una leonessa cacciare uno gnu. Uno spettacolo crudo, a tratti difficile da guardare, ma incredibilmente reale.
C’è però un’immagine di quei giorni che mi è rimasta in testa in modo diverso. Quando la leonessa si è mossa verso la sua preda, i furgoncini erano già lì — fermi, in attesa. I conduttori si parlavano via radio, si coordinavano. E nel giro di pochi minuti ne sono arrivati altri, finché non si è formato un cerchio di motori e flash nel mezzo della savana. Non avevo mai visto niente del genere.
È stato in quel momento che ho capito che l’overtourism aveva raggiunto anche quell’angolo di mondo. E che io, mio malgrado, ero parte del fenomeno.

Che cosa è l’overtourism — e perché la parola non basta
Overtourism è uno di quei termini che senti spesso ma che raramente viene spiegato fino in fondo. Non si tratta solo di troppi turisti in una piazza. È qualcosa di più sottile e più profondo: è quando il turismo smette di convivere con un posto e comincia a consumarlo.
Lo vedi nei prezzi che salgono e non scendono più. Lo vedi negli appartamenti che scompaiono dal mercato degli affitti perché diventano Airbnb. Lo vedi nei residenti di Barcellona che nell’estate del 2024 sono scesi in piazza con i cartelli — non contro i turisti come persone, ma contro un modello che ha reso la loro città invivibile.
Lo vedi nella savana keniana, in un cerchio di furgoncini coordinati via radio attorno a una leonessa.

Il lato che nessuno vuole ammettere
C’è una cosa scomoda da dire: chi viaggia — io, tu, tutti noi — siamo parte di questo sistema. Non i cattivi della storia, ma nemmeno spettatori innocenti.
Io per primo. Ogni volta che accompagno un gruppo lungo il Tamigi o attraverso i palazzi di Westminster, mi chiedo quanto sto contribuendo a mostrare la città e quanto sto invece alimentando un flusso che la logora. È una domanda che non ha una risposta semplice, ma che vale la pena farsi.

Allora cosa si fa?
Negli anni ho trovato alcune risposte parziali — non soluzioni definitive, ma direzioni.
La prima è andare dove non va nessuno. Non perché sia più cool, ma perché sposta il peso. Ogni volta che un gruppo di turisti scopre un quartiere meno conosciuto, una cittadina fuori dai circuiti, un angolo di campagna ignorato dalle guide, si alleggerisce la pressione su chi già scoppia. E quelle comunità ricevono qualcosa senza aver pagato il prezzo dell’overtourism.
La seconda è rallentare. Il turismo di massa è spesso turismo veloce — tre città in cinque giorni, foto, via. Stare più a lungo in un posto, mangiare dove mangiano i locali, imparare anche solo qualche parola della lingua: sono gesti piccoli che cambiano la qualità dell’esperienza per chi viaggia e per chi ospita.
La terza — quella che mi sta più a cuore — è curiosità vera. Non la curiosità da checklist, ma quella che ti fa sedere a parlare con qualcuno che capisci a metà, che ti fa tornare in un posto due volte perché la prima non ti bastava. È il tipo di turismo di cui cerco di fare da specchio in questo blog e nei tour che faccio ogni giorno a Londra.
Non ho la soluzione all’overtourism. Ma so che il modo in cui decidiamo di muoverci nel mondo conta — molto più di quanto pensiamo.
